La Gita

By , June 21, 2012 4:34 pm

scritto diretto ed  interpretato da
Bernardino Bonzani, Carlo Ferrari e Franca Tragni
collaborazione  artistica Chiara Rubes e Bruno Stori
tecnica e luci Erika Borella

Tre personaggi in cerca di vita. Di un varco che li possa gettare al di là della paura . Quella che tutti hanno, ma che sono così bravi a nascondere dietro le maschere delle convenzioni, delle formalità. Dell’essere normali. Non li sono “normali” i tre personaggi de La Gita, eppure lo sono così tanto. Clown malinconici, simboli di un’umanità tanto vera quanto più mette in campo la propria solitudine, la voglia di cambiare, la goffa e breve felicità di un gioco inatteso che fa sentire più vicini Cesare, il vedovo, stizzoso, rigidissimo, Tecla, la “devorziata”, fatta di idiosincrasie e di sensualità inattese, Romano, lo scapolo, dolce ed inadeguato. Tutti e tre non cercano la gita, la corriera che li dovrebbe portare ad Igea Marina, presso Rimini, per 40mila lire, per se stessa ma per conoscere e ritrovare altri se stessi, con la voglia di ridere e di gettarsi dietro le spalle tutto. Con la voglia tenuta ben chiusa dentro le borse da picnic, di credere ai miracoli, quelli veri, che fanno cambiare la vita qui. “L’atto di partire non da turisti, ma da veri viaggiatori, presuppone che le cose possano cambiare, durante il viaggio o al ritorno. Il viaggio è fare esperienza e quindi conoscere, crescere, diventare grandi, possedere qualcosa, scambiare. Poter essere utile, a se o agli altri” scrivono i tre autori – attori nel diario dello spettacolo.

Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione. Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto: non c’è altro da vedere, si sapeva che non era vero. Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l’ombra che non c’era. (“Viaggio in Portogallo” di J. Saramago).

Lo spettacolo si svolge nell’arco temporale di una giornata, dall’alba al tramonto, su una panchina di una periferia metropolitana che è dappertutto ed in nessun posto.

Il registro comico, con punte esilaranti, lascia spazio alla poesia del voler essere grandi a tutti i costi. Guardando prima con sospetto tutto quello che è nuovo, per poi avvicinarsi piano piano e poi abbandonarsi all’ebbrezza del nuovo. E se per esserci bisogna spintonare, vabbene anche questo e alla fine, vabbene anche l’attesa di una corriera che per loro non arriverà mai.

E’ il tempo sospeso dell’attesa a tradursi in spettacolo, ore che sono stanchezza, impazienza, irascibilità, fame,gioco, sfida…il tutto sintetizzato in forma comico grottesca, un evento che fa nascere spesso un susseguirsi di risate tra il pubblico, specie per i tic, i tormentoni, le manie proprie dei tre personaggi in scena, così fortemente caratterizzati da suscitare immediata allegria, fresco divertimento…
… Aspettare per un intero giorno. E oltre. Perché alla fine travolti in un incidente ancora si troveranno ad aspettare, perché tutto si ripete, senza distinzione tra mondo reale e al di là. Un nuovo incidente: ed eccoli ancora lì sulla panchina… Riusciranno mai a partire? E’ dentro a tale circolarità che questi tre tipi buffi, goffi, in qualche modo anche tristi, malinconici, svelano i loro desideri. Intanto andare in gita! Al mare, a Igea Marina, presso Rimini….E mentre si tengono così compagnia aspettando, ecco sognare il mare, le onde, immaginando di costruire castelli di sabbia…Si è riso ancora volentieri per questo spettacolo lieve ed intelligente…
Gli interpreti applauditi al termine con molto calore e simpatia.

[dalla recensione di Valeria Ottolenghi per Gazzetta di Parma]

foto gallery


video promo

Leave a Reply

Panorama Theme by Themocracy