IL SECONDO PARADOSSO DI ZENONE
Elisabetta Consonni
ideazione e performance Elisabetta Consonni
durata variabile
foto Antonietta Dicorato
Nonostante la continua provocazione a compiere azioni repentine per reagire agli stimoli a cui l’ambiente urbano la costringe, l’astronauta resiste in gesti di lentezza dilatando il tempo del loro compimento in un contrasto sempre più parossistico con la realtà attorno.
Sempre fedelmente in slow motion, si cimenta in azioni quotidiane – bere un caffè al bar, salire su un autobus, attraversare le strisce pedonali – e interagisce con chi incontra. Si crea così un’apparizione ipnotica e surreale all’interno del contesto urbano, una moviola reale che cattura l’attenzione dei passanti, pubblico occasionale, e diventa un invito ad abbandonare per un attimo la loro quotidianità e interrogarsi su questa estranea apparizione.
La performance è una celebrazione del rallentare; una forma di resistenza contro i ritmi di un sistema di produzione e consumo che vuole sempre di più e sempre più velocemente. È prendersi il tempo di far virare un’azione altrove, facendo fiorire nuove prospettive di osservazione e di azione; è la presa di coscienza che anche un movimento lento può portare ad un traguardo, senza farci perdere l’esperienza del tragitto.
Elisabetta Consonni
coreografa tutto, esseri umani e disumani, oggetti mobili e immobili, mappe, interstizi e gruppi vacanze spaziali. Tesse reti di relazioni, sottili e forti, come il vetro di zucchero. Una formazione ufficiale in Cultural Studies e tecniche di danza in Italia e a Londra (The Place) e una più ampia formazione non ufficiale e non lineare, la portano a vivere a Rotterdam, poi in Polonia e poi a Milano incrociando le pratiche somatiche e l’uso della voce, soffermandosi, ad un certo punto, ad interrogarsi su come l’arte performativa possa fornire strumenti per le politiche urbane e sociali.
La sua ricerca intende espandere la pratica coreografica fino a diventare strumento per far accadere spostamenti di attenzione, osservare dinamiche relazionali, ribaltare narrazioni e rileggere criticamente i contesti. Non si stanca, quindi, di continuare ad inventare formati sempre nuovi che siano partecipativi in modi differenti. La necessità di operare su un unico territorio, a lungo termine, combinando pratica relazionale, sensibilità artistica e desiderio di moltiplicare le voci e le azioni su un contesto, la porta a curare la direzione artistica di Festival ORLANDO a Bergamo dal 2024. I suoi lavori sono stati presentati in Italia, Europa e Canada.