Plutone
Elisabetta Consonni
performer Olimpia Fortuni, Masako Matsushita, Marta Ciappina
musica Aftab Darvishi
light design Maria Virzì
costumi Lucia Gallone
produzione Fondazione Teatro Grande di Brescia
con il supporto di Industria Scenica – Residenza Rifugio Everest, Santarcangelo Festival, Manifattura K
durata 40 minuti
foto Macek Rusak e Beatrice Arenella
Plutone, astronomicamente, ruota ai margini del sistema solare come pianeta non pianeta ma al contempo ha una densità tale che influenza la rotazione di Urano e Nettuno. Ha un periodo orbitale di 248 anni, quindi impiega tanto tempo prima di compiere un intero ciclo.
Plutone, astrologicamente, rappresenta il potere in tutte le sue forme soprattutto quelle occulte, magiche, nascoste, quelle che chiedono all’iodi lasciar andare tutti i bisogni di apparire, tutte le illusioni di potere sugli altri e tutte le false strutture e i falsi obiettivi.
Plutone è individualità nella collettività. Plutone deve distruggere per rigenerare.
Plutone è una composizione coreografica che esplora e provoca le relazioni centrifughe e centripete di tre corpi in movimento orbitale e costante nello spazio, una riflessione sulla cooperazione e la delicata fragilità dell’armonia. L’interazione tra i corpi in movimento genera un paesaggio ipnotico e celeste, una serie di evoluzioni concentriche punteggiate da incontri effettivi e potenziali, tensioni attrattive e repulsive.
Il paesaggio coreografico di Plutone è un paesaggio armonico, un sistema di precisi contrappesi e distanze: i corpi in movimento sono infatti al tempo stesso centro gravitazionale e satelliti, legati l’un l’altro da una duplice e dialettica dipendenza. Nessuno prevale, nessuna forza si impone sull’altra pena uno scontro fisico o una rottura dell’armonia.
Plutone vuole essere una critica astratta alle gerarchie e alla prevaricazione come elementi costitutivi dell’organizzazione sociale e allo stesso tempo una rappresentazione contemplativa di un nuovo modello dove individualità planetarie e collettività sistemiche si compenetrano l’una con l’altra trasformando il conflitto in energie cinetiche trasformative. Un’utopia possibile, un ordine simbolico paritario e collaborativo, generato attraverso il filtro del femminile come posizionamento antitetico alla dualità oppositiva dei rapporti di potere.
Elisabetta Consonni
coreografa tutto, esseri umani e disumani, oggetti mobili e immobili, mappe, interstizi e gruppi vacanze spaziali. Tesse reti di relazioni, sottili e forti, come il vetro di zucchero. Una formazione ufficiale in Cultural Studies e tecniche di danza in Italia e a Londra (The Place) e una più ampia formazione non ufficiale e non lineare, la portano a vivere a Rotterdam, poi in Polonia e poi a Milano incrociando le pratiche somatiche e l’uso della voce, soffermandosi, ad un certo punto, ad interrogarsi su come l’arte performativa possa fornire strumenti per le politiche urbane e sociali.
La sua ricerca intende espandere la pratica coreografica fino a diventare strumento per far accadere spostamenti di attenzione, osservare dinamiche relazionali, ribaltare narrazioni e rileggere criticamente i contesti. Non si stanca, quindi, di continuare ad inventare formati sempre nuovi che siano partecipativi in modi differenti. La necessità di operare su un unico territorio, a lungo termine, combinando pratica relazionale, sensibilità artistica e desiderio di moltiplicare le voci e le azioni su un contesto, la porta a curare la direzione artistica di Festival ORLANDO a Bergamo dal 2024. I suoi lavori sono stati presentati in Italia, Europa e Canada.