Quore. Per un lavoro in divenire

Raffaella Giordano

con Raffaella Giordano, Aldo Rendina, Doriana Crema e Piera Principe

luci e costumi Raffaella Giordano

musiche tratte da Alex Britti, Madonna, P.J. Harvey, Manu Chau, Richard Wagner, Lucio Dalla, Laurie Anderson

disegno Stefano Ricci

progetto 1999 sostenuto dal Centre National de Dance d’Angers (FR)/ Cie L’Esquisse Obadia Bouvier, Associazione Sosta Palmizi 

in collaborazione con ToscanaDanza|Progetto regionale

Premio Ubu 2000 a Raffaella Giordano per aver gettato col suo Quore. Per un lavoro in divenire uno sguardo critico sulla realtà e più in generale per il coraggio e l’intensità delle scelte coreografiche da lei operate nel suo teatrodanza al di là della danza.

“Quore”, con la “q”. Viene in mente il pulsare ritmico, cieco e misterioso della vita, arricchito da uno sberleffo irriverente, quella “q” sbagliata, la cifra che non fa tornare i conti, che rende tutto ancora più umano. Più vero.

“Quore” è un lavoro impietoso e struggente, mostra ciò che non ci si aspetta, ciò che tutti conoscono, ma non sono certi di voler vedere: la sgangheratezza della vita, il suo caotico movimento, il disperato vuoto di alcuni gesti. È un lavoro destabilizzante, toglie certezze, scardina codici, non fornisce soluzioni. Eppure se ne esce sollevati, con un senso di liberazione: quei quattro danzatori-attori sempre in scena, sbancati e trafitti dalle luci fisse costantemente accese, imbruttiti dalle strambe parrucche, sorpresi in una quotidianità piccola e sciatta, fanno e rappresentano ciò che nessuno ha il coraggio di ammettere essere proprio così: la vita.

C’è un caos gioioso e insieme malinconico dentro questo lavoro, piccolezze e dettagli ridicoli che incantano per la lucida, straziante osservazione sul mondo compiuta con crudezza e pari innocenza assolutamente disarmanti. Ci sono corpi e facce pasoliniane, carne “segnata” dalla vita, candida e corrotta insieme, e di contro, come la faccia di una stessa medaglia, una sensualità ruvida e triste.

Si procede in questo “Quore” per accumulazione di frammenti, per schegge di immagini, in un’architettura sgraziata e spezzata che nulla concede all’armonia eppure lascia spazio a sublimi delicatezze.
di Elettra Aldani

La danza di Raffaella Giordano si concentra da sempre sull’osservazione del mondo compiuta con crudezza e disarmante innocenza. Una ricerca che toglie certezze, scardina codici, e non fornisce soluzioni.

Raffaella Giordano

Interprete di grande presenza scenica, Raffaella Giordano moltiplica da più di trent’anni atti di rottura. Coreografa, danzatrice, pedagoga, protagonista della danza non solo italiana non si fissa mai in un ruolo e diffida da ogni saper fare.

Nella sua poetica le frontiere tra mondo interiore e mondo esteriore, tra sé e gli altri diventano porose.

Il suo lavoro è caratterizzato spesso da colori apparentemente lontani fra loro, da austerità e lirismo, delicatezza e passione.

Raffaella Giordano non esita mai a mostrare il proprio essere, la propria intimità. La scenografia, la drammaturgia, la coreografia, la regia sono altrettante tavolozze di sensazioni che l’artista convoca per inscrivere nell’istante presente una visione che sentiamo premonitrice delle relazioni tra l’essere umano e il mondo.

Nel 1980 debutta con Carolyn Carlson alla Fenice di Venezia, poi raggiunge Pina Bausch, la compagnia l’Esquisse di Bouvier-Obadia, e nel 1984 è fra i fondatori del collettivo storico Sosta Palmizi.

Riceve nella sua lunga carriera numerosi premi e menzioni per le sue interpretazioni e la sua scrittura coreografica dal tratto inconfondibile.

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